Libero Farnè

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Foto: Luciano Rossetti

Molto spesso quando negli ultimi cinquant'anni si è cercata un'analogia espressiva fra arte e jazz, in particolare quando si è fatto ricorso all'arte per illustrare il jazz, si è individuata una relazione immediata, quasi consustanziale, fra l'improvvisazione afroamericana e le varie esperienze artistiche che dagli anni Cinquanta in poi si sono sviluppate sotto il segno della gestualità e dell'informale, dall'Action Painting americana alle più materiche tendenze europee.


Intervista con Gaetano Fiore: "When Art and Jazz Meet" (pdf, in inglese)


Si pensi per esempio all'uso che dell'arte, quella con l'A maiuscola o quella più accattivante e velleitaria, si è fatto sulle copertine degli LP e poi dei CD. Dopo che nel 1960 la riproduzione di "White Light" di Jackson Pollock comparve sulla copertina di Free Jazz di Ornette Coleman, costituendo una sorta di imprimatur, di prototipo legittimante, si è fatto man bassa di immagini astratto-informali dal cromatismo acceso, dalla gestualità veloce e incontrollata, nel tentativo di denotare la vitalità e il dinamismo della musica contenuta nel disco. Si tratta di immagini il più delle volte ripetitive e derivative, di scarso valore artistico e usate acriticamente con un presunto intento descrittivo.

Al contrario, i jazzisti che si sono dedicati anche all'arte con continuità, impegno e una certa originalità hanno battuto strade del tutto diverse. Si pensi per esempio ai "graffiti telefonici" di Daniel Humair, poi trasformatisi in ampie tele quasi monocromatiche in cui affiorano forme simboliche essenziali e seriali, oppure all'ironia grafica di Han Bennink e alle sue "scatole della memoria," assemblaggi polimaterici e tridimensionali dal sapore Dada. Anche Miles Davis nei suoi lavori più interessanti degli anni Ottanta dimostrò una vena espressiva potente e aggiornata, avvicinandosi al linguaggio di certi graffitisti o neo- espressionisti nero-americani a lui contemporanei, in primo luogo Jean-Michel Basquiat e James Brown.

Senza dimenticare il personaggio più emblematico per professionalità e coerenza: Bill Dixon, che nell'arte grafica ebbe la sua formazione giovanile e che nel corso della sua vita sviluppò una vasta produzione pittorica e grafica. Lo stile personale da lui messo a punto si basava sull'equilibrata composizione di un campionario di forme e linee ricorrenti, una sorta di "astrazione metamorfica," ben meditata nell'impianto strutturale e nel senso cromatico.

La produzione di Gaetano Fiore, artista nato in provincia di Napoli nel 1960 e appassionato di jazz, ha qualche aspetto in comune con l'arte e la musica di Bill Dixon, al quale fra l'altro ha dedicato un'importante mostra poco dopo la sua scomparsa. Il linguaggio pittorico sviluppato da Fiore negli ultimi vent'anni è ben lontano da quella facile e acritica gestualità di cui si diceva all'inizio, anzi lo si potrebbe definire un concentrato di analitica ponderatezza.

Certo nei suoi lavori si sente l'influenza di maestri dell'astrazione europea e americana della metà del secolo scorso, di Magnelli, di Rothko e di altri, ma la sua insistita ricerca formale ("una ricerca fino a farti bruciare gli occhi" come mi scrisse Bill Dixon tanti anni fa) genera una sintesi del tutto personale, in grado di declinare in una visione attualizzata e palpitante un mirato campionario di idee: agli equilibri della composizione, alle variazioni seriali si connettono rapporti cromatici sempre infallibili .

All'interno della sua vasta e coerente produzione mi sembrano particolarmente apprezzabili le tele orizzontali più elaborate del biennio 1998-2000 e la recente serie "Parole di Giuda - l'albero di Giuda": piccoli acrilici quadrati su carta d'Amalfi, che assumono timbri e sfumature particolari. In altre opere invece, le forme ondulate verticali alludono in modo più evidente al dato di riferimento naturalistico (gli alberi), anche se stilizzato e simbolico.

Testo pubblicato sull'edizione italiana di all about jazz.

Libero Farnè, Bologna, 17 febbraio 2011

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