Paolo Puppa

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Gaetano Fiore, ovvero Storia di Due Immagini

Paolo Puppa Gaetano Fiore si tuffa di solito tra i colori con impavida tenacia. Colori che si mettono in moto soprattutto attorno ad un trepido blu Matisse. Il blu schizza, infatti, ovunque riverberando tra metallici inchiostri e golfi mistici. Serpentine, intanto, si insinuano civettuole o enigmatiche entro penombre sottomarine, a dischiudere l' aroma incantato di un Tanguy. Vele ventose e naives si inerpicano, allo stesso tempo, tra collages ondulati di Schwitters, ospitando a volte microrganismi nati in qualche officina di Arp, Klee e Mirò. Ma fasce timbriche diverse si infittiscono e scorrono l'una sull'altra, in un caleidoscopio alla Rothko, mentre l'universo informe di Matta srotola puntuale ad avvolgere e trattenere la luce screziata d'Oriente che gocciola giù da un ricordo di Kandinskij.

Ebbene, Fiore si slancia in questa matassa regressiva, gioiosa ed ossessiva, di fughe cromatiche e vi ci si getta quasi si trattasse di un ingorgo di vicoli napoletani, ressa di vite intasate e stordenti. Come avviene in questo recente e abbacinante ghirigoro di boschi e di alberi, di cieli e colline, di farfalle e balene maturato in terra tedesca. Sono, queste icone, veri e propri labirinti che ripresentano il caos degli oscuri e fermentanti quartieri bassi di Toledo è notte, per citare un celebre atto unico di Viviani, caos rivissuto e riscattato in quanto cosmo euforico e solare. Perché il disordine del vissuto sociale si trasforma appunto in ordine estetico, in felicità ebbra di mutamenti sinestetici e di esperienze ottiche. Ma di tuffi, di labirinti, di boschi, si può anche perire per troppo dedalismo. Tanto più che nel caos ci si può disperdere, dissolti nel trionfo della dynamis che nulla distingue e tutto trasforma-metabolizza.

Il nostro pittore potrebbe insomma annegare, non tornare più a galla a causa dell' eccessiva centrifugazione di figure. E invece per fortuna Dioniso non prevale su Apollo, grazie alla mediazione di modelli scultorei espliciti, da Moore a Viani. Non solo. È l'idea di teatro, o meglio una contiguità personale colla scena, che sostiene Gaetano, lo salva, lo riporta alla riva delle forme distinte, alla certezza del principio di individuazione e di separazione, al controllo razionale dei generi, dei numeri, dei sessi. Anzi, direi proprio una parentela.

S'è formato infatti, Fiore, nei tardi anni settanta ai bordi del palcoscenico partenopeo, autentica babele di idiomi e di tecniche, crocicchio febbrile di memorie e sviluppi. In particolare, non a ridosso della lezione drammaturgica-recitativa, quotidiana-mimetica, di Eduardo De Filippo, ma scaldato dal fiato contagioso, appestato di modernità, tra urli e silenzi onirici, tra forme e spazio in movimento, di Gennaro Vitiello, maestro umile del teatro off, nel cui laboratorio, Libera Scena Ensemble, Fiore ha debuttato sia in qualità di scenografo che di interprete. Questa doppia partenza ha determinato così un'indubbia oscillazione tra forme immobili e sagome in movimento.

Le prime, destinate a gallerie, esposizioni in giro per l'Italia e per il mondo, dalla Spagna al Brasile e agli Stati Uniti, dal Canada alla Francia e alla Germania, paiono a fatica rassegnarsi a restare appese lungo pareti e cornici che stentano a contenere i vertiginosi saliscendi di macchie, i frammenti vogliosi di incastrarsi, di accoppiarsi, di moltiplicarsi in un rapimento di prospettive e di snodi focali.

Le seconde, vale a dire oggetti/costumi/luoghi scenici tridimensionali, traducono visivamente i copioni allestiti da Vitiello, i Lorca, Toller e Foscolo, più tardi quelli di Pasqualino De Cristoforo, ossia i plays di Pirandello, Seneca, Cocteau e Plauto, e infine il Sogno shakespeariano per Tato Russo.

Se dunque, da un lato abbiamo il consueto tirocinio di pittore, partendo dal liceo artistico all'Accademia di Belle Arti, col diploma conseguito nel 1982 per arrivare successivamente a quello di Arte applicata alla sezione Grafica pubblicitaria e Fotografia, dall'altro ci troviamo di fronte ad una trasparente vocazione, della carriera perigliosa, stante le attuali condizioni del sistema teatrale italiano, di scrittore di scene, cioè, nell'etimo, di scenografo.

Sono i legami tra i due differenti ambiti, il muro e il palcoscenico, a rendere agevole al giovane artista la ruminazione dei vari ismi delle avanguardie storiche, dal surrealismo al costruttivismo polimorfo, dall'espressionismo di De Staël al materismo di Fautrier e Poliakoff. E sono i continui smottamenti tra un piano e l'altro dell'immagine, quella silenziosa offerta all'occhio e quella rumorosa agitata dal corpo dell'attore, che gli permettono lo scatto in avanti verso l'amalgama personalizzato, verso una cifra inventiva, un tocco leggero ed astuto, in una parola a inventarsi un ritmo e un suono.

Paolo Puppa, Bad Mergentheim 1998

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